Somministrazione di cibi e bevande a dipendenti, soci e familiari: prestazione esclusa da imposte

Il servizio di ristorazione alberghiera nel quale vengano somministrati cibi e bevande a favore di dipendenti, soci e familiari dell’imprenditore costituisce prestazione di servizi, non assoggettabile a IVA entro la soglia di € 25,82. Analogamente, non hanno rilievo ai fini delle imposte dirette le somministrazioni di pasti riferibili ai dipendenti, nonché all’autoconsumo dell’imprenditore, dei familiari e/o dei soci, ove le stesse rientrino nella predetta soglia di € 25,82. (Corte di Cassazione – Ordinanza 25 febbraio 2021, n. 5175).

La controversia riguarda l’imponibilità, sia ai fini IVA, sia ai fini delle imposte dirette, dei ricavi da “autoconsumo” per la somministrazione di cibi e bevande effettuata dall’impresa esercente attività alberghiera, per i giorni lavorati, in favore dei dipendenti, dei soci e dei familiari dell’imprenditore.
Nella fattispecie, l’Agenzia delle Entrate ha emesso avviso di accertamento con metodo analitico-induttivo, a seguito di PVC, contestando maggiori ricavi non dichiarati anche da autoconsumo, costituiti da somministrazione di cibi e bevande al personale e ai soci.
I giudici tributari hanno respinto il ricorso della società, ritenendo correttamente determinati i ricavi omessi sulla base della ricostruzione condotta dall’Ufficio sulla base di elementi indiziari, anche in relazione ai ricavi da autoconsumo, costituiti da somministrazione di cibi e bevande al personale e ai soci.

La Corte di Cassazione ha riformato la pronuncia dei giudici tributari, affermando la non imponibilità della somministrazione di cibi e bevande in favore del personale (dipendenti, soci e collaboratori familiari dell’imprenditore). Ai fini della decisione, la Corte Suprema ha evidenziato la circostanza che l’impresa (attività alberghiera) fosse gestita nella forma di società di persone, con ristretta base partecipativa e a conduzione familiare.
Ai fini IVA la Suprema Corte ha ritenuto che le somministrazioni di cibi e bevande a soci e dipendenti costituiscano prestazioni di servizi. In particolare, ha osservato, quanto alla somministrazione di cibi e bevande, che deve accertarsi se gli elementi di prestazione di servizi che precedono e accompagnano la fornitura dei cibi siano o meno preponderanti. In tal caso, la fruizione dei pasti da parte dei dipendenti non può essere considerata autoconsumo di beni.
La lettura in tal senso trae ispirazione dalla constatazione, di fonte eurounitaria, che la somministrazione di cibi e bevande costituisce prestazione complessa sia in caso di ristorazione, sia in caso di catering aziendale e di preparazione di cibo da asporto. In questi casi, perché la somministrazione possa essere qualificata quale prestazione di servizi anziché come cessione di beni, occorre prendere in considerazione tutte le circostanze nelle quali si svolge l’operazione per ricercarne gli elementi caratteristici e identificarne gli elementi predominanti, basandosi sul punto di vista del consumatore medio, nonché tenendo conto dell’importanza qualitativa e non semplicemente quantitativa degli elementi di prestazione di servizi rispetto a quelli rientranti in una cessione di beni.
Da ciò la deduzione che “l’operazione di ristorazione è caratterizzata da una serie di elementi e di atti, dei quali la cessione di cibi è soltanto una parte e nel cui ambito predominano ampiamente i servizi”. Pertanto, l’operazione di ristorazione, ai fini della disciplina IVA, dev’essere considerata come prestazione di servizi.
Ne consegue che, in quanto prestazioni di servizi, le prestazioni di ristorazione sono da considerare imponibili solo se di valore superiore alla soglia quantitativa di € 25,82, anche se effettuate per l’uso personale o familiare dell’imprenditore, ovvero a titolo gratuito per altre finalità estranee all’esercizio dell’impresa. Nel qual caso, previo accertamento del valore delle singole prestazioni, le operazioni rimangono fuori campo IVA ove le somministrazioni avvengano in esecuzione di attività di ristorazione prescindendosi, pertanto, dal cessionario della prestazione, vuoi che si tratti di dipendente, collaboratore ad altro titolo, vuoi che si tratti di socio dell’imprenditore, purché rientranti nella previsione della somministrazione di alimenti e bevande.


Quanto alle imposte dirette, la Corte Suprema ha osservato che la somministrazione di cibi e bevande al personale dipendente, erogata sia a titolo di liberalità (prestazioni in natura a titolo di liberalità), sia per obbligo contrattuale, come in caso di servizio di mensa, costituisce un costo per l’impresa, deducibile dal reddito e non anche ricavo. In proposito i giudici hanno sottolineato che i beni attribuiti ai dipendenti, per la loro natura di costi non possono essere compresi tra gli elementi positivi del reddito e, quindi, il loro valore non costituisce elemento presuntivo di afferente percezione di reddito.
Peraltro, se quanto alla somministrazione di cibi e bevande a favore dei dipendenti non c’è contrasto tra la disciplina IVA e quella delle imposte dirette, essendo in entrambi i casi somministrazioni sottratte a imposizione tributaria, il contrasto emerge in caso di somministrazione di cibi e bevande nei confronti dei soci.
Al riguardo la Suprema Corte ha osservato che il trattamento ai fini IVA è indipendente dalla natura del cessionario della prestazione e viene ancorato alla natura della prestazione (trasformazione della cessione di cibi e bevande in servizio di ristorazione), purché rientrante nella franchigia (€ 25,82). La natura di “costo”, tale da esentare la prestazione dalla nozione di ricavo imponibile, invece, è ascrivibile unicamente alle prestazioni erogate a favore di dipendenti. Ove, invero, le prestazioni fossero erogate a favore dell’imprenditore o dei suoi familiari (consumo personale o familiare dell’imprenditore), le prestazioni andrebbero ricomprese tra i ricavi, per quanto al «valore normale» e non quale corrispettivo in caso di cessione a terzi.
Le disposizioni in materia di reddito d’impresa, tuttavia, pongono l’accento sulle cessioni di beni in favore dei soci e non sulle prestazioni di servizi, ove siano da qualificare come ricavi (benché al valore normale e non al corrispettivo di cessione). Conseguentemente, la medesima prestazione (somministrazione di pasti ai soci e familiari dell’imprenditore) avrebbe una diversa connotazione ai fini IVA rispetto che ai fini delle imposte dirette, sia in termini di qualificazione della prestazione (prestazione di servizi ai fini IVA e cessione di beni ai fini delle imposte dirette), sia quanto al regime impositivo (non imponibili ai fini IVA, ove al di sotto della franchigia e sempre imponibili ai fini delle imposte dirette).
Tale soluzione, però, determina una distonia, non solo in relazione all’assoggettamento a imposizione (esente IVA ma non esente dalle imposte dirette), ma anche quanto alla qualificazione della stessa (cessione di beni anziché prestazione di servizi). Distonia, peraltro, che non deriva dalla presenza di una diversa norma impositiva, ma dall’assenza di una norma che disciplini tali prestazioni di servizi ai fini delle imposte dirette.
D’altronde, non può disconoscersi – dando una lettura eurounitaria ai fini delle imposte dirette delle prestazioni di ristorazione, che la medesima prestazione possa essere qualificata, ai fini delle imposte dirette, anch’essa quale prestazione di servizi, in cui l’attività di trasformazione dei cibi e delle bevande fa perdere l’originaria consistenza quantitativa e qualitativa delle singole componenti, rispetto alle quali diviene improprio il riferimento agli originari beni che erano entrati a comporre la prestazione ristorativa.
In conclusione, i giudici della Suprema Corte, hanno affermato che l’autoconsumo consistente nella somministrazione di cibi e bevande nei confronti dei soci o dei familiari dell’imprenditore deve ritenersi, al pari delle somministrazioni in favore dei dipendenti, sottratto a imposizione diretta e non ricompresa tra le cessioni di beni assoggettate a imposizione nella determinazione del reddito d’impresa, in quanto prestazione di servizi per la quale deve farsi applicazione (in via estensiva) della disciplina IVA, per cui tali prestazioni risultano irrilevanti ai fini delle imposte dirette negli stessi termini in cui risultano irrilevanti in campo IVA.


In merito all’imponibilità dei ricavi da “autoconsumo” per la somministrazione di cibi e bevande effettuata, per i giorni lavorati, in favore dei dipendenti, dei soci e dei familiari dell’imprenditore, la Corte di Cassazione ha affermato il principio di diritto secondo il quale: “il servizio di ristorazione alberghiera nel quale vengano somministrati cibi e bevande a favore di dipendenti, soci e familiari dell’imprenditore costituisce prestazione di servizi, non assoggettabile a IVA ove non superi la soglia prevista dall’art. 3, comma 3, D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 (€ 25,82); analogamente, non hanno rilievo ai fini delle imposte dirette le somministrazioni di pasti riferibili ai dipendenti, nonché all’autoconsumo dell’imprenditore, dei familiari e/o dei soci, ove le stesse rientrino nella medesima franchigia stabilita ai fini Iva.